domenica 3 aprile 2022

Vincitori e vinti nella guerra in Ucraina


di Gianandrea Gaiani *

In attesa di sviluppi militari e diplomatici che definiscano il possibile esito del conflitto tra russi e ucraini, è forse possibile evidenziare chi siano già oggi gli sconfitti e i vincitori nella guerra iniziata in Ucraina nel 2014 ma allargatasi a uno scontro convenzionale su vasta scala a partire dal 24 febbraio 2022.

Il tema verrà sviluppato presto in modo più analitico e organico ma pare evidente che gli sconfitti siano almeno tre:

  • l’Ucraina che uscirà in ogni caso devastata e probabilmente divisa dal conflitto, col rischio di subire pesanti condizioni di pace o perdite territoriali oltre ai gravi danni economici, umani e materiali.
  • la Russia che al di là dei possibili successi militari verrà forse a lungo emarginata dall’Occidente, tagliata fuori da quell’Europa a cui appartiene, sottoposta a sanzioni e costretta a guardare all’Asia dove l’attende il poco tranquillizzante abbraccio della Cina
  • l’Europa, costretta a fare i conti con la propria incapacità e irrilevanza geopolitica, con la pochezza della sua classe dirigente e con una disastrosa, devastante crisi economica ed energetica generata dalla sua stessa insipienza e dall’aver colpevolmente lasciato agli Stati Uniti (proprio come fece negli anni ’90 con la crisi in ex Jugoslavia) la gestione della sua sicurezza.

I vincitori assoluti di questa guerra sembrano quindi essere inevitabilmente Cina e Stati Uniti: i primi costituiscono una rilevante ancora di salvezza per la Russia non solo perché sono e saranno ancor di più grandi acquirenti del suo gas ma perché l’impoverimento e indebolimento russo aumenterà presumibilmente il peso di Pechino in Asia e nell’Indo-Pacifico.

I secondi sono tornati a dominare un’Europa che, da tempo prima potenza economica del mondo in termini di PIL, sembrava voler trovare una propria dimensione strategica e militare indipendente da Washington.

Inoltre, l’impoverimento dell’Europa che a causa del caro-energia vedrà i suoi prodotti perdere competitività sui mercati globali, favorirà soprattutto Washington e Pechino, rispettivamente seconda e terza potenze economiche mondiali.

Sul piano militare è difficile non notare che se dall’estate scorsa la “difesa europea” era tornato in auge sull’onda dell’umiliante sconfitta in Afghanistan incentrata sull’indipendenza strategica dagli Stati Uniti, oggi si parla di “forze armate europee” complementari o addirittura integrate alla NATO. Certo la paura (dei russi) “fa 90” in nazioni europee in cui il concetto di guerra era stato ormai rimosso e dimenticato ma è evidente che uno strumento militare della Ue, ammesso che possa un giorno concretizzarsi, avrà un senso solo se ci renderà autonomi dagli USA. Se le due guerre mondiali hanno fatto perdere all’Europa la predominanza strategica e coloniale sul mondo, la guerra in Ucraina rischia di togliere al Vecchio Continente anche la supremazia economica faticosamente riconquistata negli ultimi decenni.

La forte convergenza di vedute circa la guerra in Ucraina tra Stati Uniti ed Europa emersa nei recenti vertici di Bruxelles della NATO e del Consiglio d’Europa avrebbe dovuto far sorgere qualche interrogativo poiché gli interessi, a cominciare da quelli energetici e geopolitici, dell’Europa divergono in modo evidente da quelli di Washington. A minare questa fittizia unità di intenti tra USA ed Europa hanno provveduto le ultime gaffes (ma saranno davvero tali?), del presidente statunitense Joe Biden.

“Per l’amor di Dio, quest’uomo non può rimanere al potere”, ha detto Biden in Polonia, poche ore dopo aver accusato il presidente russo di essere “un macellaio”. Possibile ma improbabile che sia stato ispirato da quel ministro europeo che aveva definito Putin “l’animale più atroce” anche se le frasi di Biden hanno avuto un’ampia eco costringendo molti in Occidente a rettificare o prendere le distanze. Un portavoce della Casa Bianca ha specificato che il presidente non si riferiva al potere di Putin in Russia ma al potere che il presidente russo vuole esercitare sui paesi vicini e il segretario di Stato Anthony Blinken ha precisato che Washington non ha un piano per il cambio di regime a Mosca. Rettifiche poco efficaci che non sono riuscite a fugare la sensazione di una profonda inadeguatezza del presidente degli Stati Uniti che tratta Putin come si trattasse di un Saddam Hussein, un Muhammar Gheddafi o un Bashar Assad da togliere rapidamente di mezzo.

Samuel Charap, esperto di Russia presso la Rand Corporation ritiene che le dichiarazioni di Biden esasperino in Russia “la percezione delle minacce esistenti relativamente alle intenzioni americane. I russi potrebbero essere molto più inclini a compiere gesti ostili come risposta, anche più di quanto già non siano”. Citando ex funzionari e analisti, il Washington Post ha sottolineato come le parole di Biden pongano gravi implicazioni sulla capacità degli USA di contribuire a mettere fine alla guerra o di impedirne l’ampliamento. Ma soprattutto occorre chiedersi se la fine delle ostilità il più presto possibile sia un obiettivo che Washington (e con lei Londra) intenda perseguire. Sono infatti troppe le affermazioni fuori luogo di Biden nei confronti di Putin (definito nelle scorse settimane anche “un assassino” e “un criminale di guerra”) per considerarle semplici e frequenti cadute di stile, inopportune ma non intenzionali. Impossibile non notare che tali dichiarazioni sembrano avere l’obiettivo di irrigidire Mosca allontanando l’avvio di negoziati concreti e rischiando di determinare un’accelerazione o un ampliamento di un conflitto che minaccia di travolgere l’Europa.

Difficile credere sia un caso, specie dopo le polemiche degli ultimi giorni scatenate dalle parole di Biden, che oggi è tornato a definire Vladimir Putin dal suo account Twitter personale “un dittatore deciso a ricostruire un impero”. Guarda caso l’esternazione è giunta poche ore dopo l’annuncio che i colloqui tra russi e ucraini in Turchia hanno fatto emergere uno schema di intesa su cui continuare le trattative ma che già prevede una riduzione delle operazioni militari russe nel settore di Kiev, dove le forze di Mosca hanno assunto già da alcuni giorni un assetto difensivo. Poche ore prima del tweet, in una conferenza stampa, Biden aveva chiarito che i suoi commenti sul leader del Cremlino sono “personali”. Affermazione forse ancor più imbarazzante degli insulti che Biden ha riservato a Putin ma del resto una guerra prolungata in Ucraina sembra essere negli interessi di Washington che vedrebbe logorarsi la Russia e indebolirsi rapidamente l’Europa, rivale economico e commerciale (a oggi l’angolo più ricco del mondo in termini di PIL) a cui già nel 2014, dopo il golpe del Maidan, Barack Obama (di cui Biden era vice) chiedeva di rinunciare al gas russo sicuro e a buon mercato per acquistare quello statunitense, da fornire liquefatto via nave, in misura insufficiente e a costi ben più alti. A Washington si parla ormai apertamente di un duello in atto nell’Amministrazione che vedrebbe da una parte Casa Bianca e Dipartimento di Stato puntare a rafforzare la sfida militare e le provocazioni a Mosca e dall’altro il Pentagono impegnato a smorzare i toni bellicosi, impedendo (finora) che alle armi antiaeree e anticarro fornite alle truppe di Kiev si aggiungessero aerei da combattimento, carri armati e artiglierie.

Negli Stati Uniti la guerra in Ucraina ha fatto precipitare ancora più basso la popolarità di Biden, che vede oggi appena il 40 per cento degli americani approvare il suo operato contro il 55 per cento che lo disapprova. Un sondaggio pubblicato da NBC News registra come sette americani su 10 abbiano poca fiducia nella capacità del presidente di gestire il conflitto. Ed un numero ancora maggiore, otto su dieci, temono che la guerra provochi l’aumento dei prezzi energetici e addirittura possa portare ad un coinvolgimento delle armi nucleari. E il sondaggio è stato condotto tra il 18 ed il 22 marzo; quindi, prima del viaggio di Biden in Europa e delle ultime dichiarazioni che tante polemiche hanno suscitato.

In Europa il primo a “tirare le orecchie” a Biden, affermando di non ritenere Putin un macellaio, è stato il presidente francese Emmanuel Macron, sempre più a disagio di fronte alle dichiarazioni aggressive che Washington dispensa pubblicamente ogni volta che sembra aprirsi la possibilità di negoziati concreti tra i belligeranti. “Non è il momento di alimentare un’escalation né di parole ne’ di azioni”, ha ammonito Macron che punta a un nuovo incontro con Putin per dare un ruolo alla Francia e all’Europa nelle trattative.

“Non stiamo cercando un cambio di regime, spetta ai cittadini russi decidere se lo vogliano o meno”, ha dichiarato l’Alto rappresentante per la politica estera della Ue, Josep Borrell (nella foto sotto): “Quello che vogliamo è impedire che l’aggressione continui e fermare la guerra di Putin contro l’Ucraina”. Persino l’alleato NATO più fedele, la Gran Bretagna, ha preso le distanze da Biden con il ministro dell’Istruzione Nadhim Zahawi mentre il loquace Boris Johnson questa volta non ha speso una sola parola sulle affermazioni sopra le righe del presidente americano. Ad Ankara anche Recep Tayyp Erdogan ha mostrato insofferenze per le parole di Biden. “Se tutti bruciano i ponti con la Russia, chi parlerà con loro alla fine?”.

Nonostante le critiche diffuse la politica della Casa Bianca difficilmente cambierà rotta a conferma della divergenza di interessi che separa ormai da tempo gli USA dall’Europa e della pochezza di una Ue che invece di assumere iniziative per risolvere la guerra in Ucraina (cominciata otto anni or sono non un mese fa), ha preferito lasciarsi “commissariare” dagli USA nella tutela dei suoi interessi strategici. La presenza di Biden al Consiglio d’Europa (organismo da cui è stata appena estromessa la Russia) non è apparsa come la cortesia che una grande potenza accorda a un ospite di riguardo ma un omaggio a chi è venuto da oltreoceano per dettare termini e condizioni del nostro vassallaggio, con tutte le relative conseguenze sul piano politico, strategico, economico e energetico.

* da www.analisidifesa.it – 30 marzo 2022

la pubblicazione dell’intervento non comporta la totale condivisione dei contenuti

 

lunedì 7 marzo 2022

Le quattro lezioni dell’Ucraina: i doppi standard occidentali

 Crisi ucraina. La visione di media e classi dirigenti in Occidente è segnata da etnocentrismo e razzismo: dai rifugiati «simili a noi» alle «legittime» invasioni Usa in Medio Oriente fino alla tollerabilità dei gruppi neonazisti. E infine alle politiche di oppressione di Israele nei confronti dei palestinesi.

di Ilan Pappé *

Secondo Usa Today, la foto diventata virale di un grattacielo ucraino colpito dai bombardamenti russi ritraeva, in realtà, un grattacielo nella Striscia di Gaza, demolito dall’aviazione israeliana nel maggio del 2021.

Qualche giorno prima, il ministro degli Esteri ucraino si era lamentato con l’ambasciatore israeliano a Kiev: «Ci state trattando come Gaza», aveva detto, furioso, sostenendo che Israele non aveva condannato l’invasione russa ed era interessato solo a far uscire dal Paese i cittadini israeliani (Haaretz, 17 febbraio 2022). Faceva riferimento all’evacuazione forzata dalla Striscia di Gaza delle donne ucraine sposate con uomini palestinesi, nel maggio 2021, ma intendeva anche ricordare a Israele il pieno sostegno dimostrato dal presidente ucraino in occasione dell’aggressione israeliana ai danni della Striscia, sostegno su cui tornerò in seguito. In effetti, le aggressioni contro Gaza dovrebbero essere tenute in debita considerazione nel valutare l’attuale crisi in Ucraina. Il fatto che le immagini vengano confuse non è una pura casualità: in Ucraina non sono stati colpiti molti grattacieli, mentre a Gaza è accaduto di frequente. Tuttavia, quando si analizza la crisi ucraina in un contesto più ampio, a emergere non è solo l’ipocrisia occidentale sulla Palestina; l’intero sistema di double standards in uso in Occidente andrebbe messo sotto accusa, senza restare indifferenti, neanche per un istante, alle notizie e alle immagini che ci arrivano dalle zone del conflitto in Ucraina: bambini traumatizzati, lunghe file di profughi, edifici danneggiati dai bombardamenti, e la minaccia concreta che questo sia solo l’inizio di una catastrofe umanitaria nel cuore dell’Europa.

Al contempo, però, chi come noi vive, analizza e denuncia le tragedie che si verificano in Palestina non può fare a meno di notare l’ipocrisia dell’Occidente, né smettere di denunciarla, pur mantenendo salde la solidarietà umana e l’empatia con le vittime di ogni guerra. C’è bisogno di farlo, o la disonestà morale insita nelle scelte della classe dirigente e dei media occidentali consentirà loro, ancora una volta, di mascherare il proprio razzismo e di godere di totale impunità, mentre continua ad assicurare immunità a Israele e alle sue politiche di oppressione nei confronti dei palestinesi. Ho individuato quattro falsi postulati che sono alla base del coinvolgimento dell’establishment occidentale nella crisi ucraina e ho pensato di dedurne quattro lezioni.

Lezione numero uno: i profughi bianchi sono i benvenuti, gli altri meno. La decisione collettiva e senza precedenti da parte dell’Unione europea di aprire le porte ai profughi ucraini, seguita da una più cauta politica da parte della Gran Bretagna, non passa inosservata, se si considera la chiusura dei confini attuata dalla maggior parte dei Paesi europei nei confronti dei rifugiati provenienti dal mondo arabo o dall’Africa, a partire dal 2015. La chiara selezione su base razziale, che distingue i profughi in base al colore della pelle, alla religione e all’etnia è abominevole, ma destinata a durare nel tempo. Alcuni leader europei non si vergognano neanche di esternare pubblicamente il loro razzismo, come nel caso del primo ministro bulgaro, Kiril Petkov: «Questi (i profughi ucraini) non sono i profughi a cui siamo abituati, sono europei. Queste persone sono intelligenti e istruite. Non sono i profughi a cui siamo abituati, persone di cui non conosciamo l’identità, con un passato poco chiaro, che potrebbero anche essere terroristi». Petkov non è il solo a pensarla così. I media occidentali parlano continuamente di «rifugiati simili a noi» e questo razzismo è del tutto evidente ai confini tra l’Ucraina e i Paesi europei limitrofi. Questo atteggiamento razzista, con forti connotazioni islamofobe, non è un fenomeno momentaneo, visto il rifiuto da parte dell’establishment europeo di accettare il tessuto multiculturale e multietnico presente nelle loro società. Una realtà variegata, prodotta da anni di colonialismo e imperialismo europeo, che gli attuali governi d’Europa si ostinano a negare e ignorare mentre perseguono politiche migratorie fondate sugli stessi principi razziali che hanno permeato il loro colonialismo e imperialismo in passato.

Lezione numero due: si può invadere l’Iraq, ma non l’Ucraina. È alquanto sconcertante la assoluta indisponibilità, da parte dei media occidentali, a contestualizzare la decisione russa di invadere l’Ucraina all’interno di un’analisi più ampia – e ovvia – su come siano cambiate le regole del gioco politico internazionale a partire dal 2003. È difficile trovare un’analisi che sottolinei il fatto che Stati uniti e Gran Bretagna hanno violato il diritto internazionale e la sovranità di uno Stato quando, con una coalizione di Paesi occidentali, hanno invaso l’Afghanistan e l’Iraq. L’occupazione di un Paese al fine di raggiungere le proprie finalità politiche, non è un concetto inventato da Vladimir Putin in questo secolo: è stato introdotto e giustificato come strumento politico dall’Occidente.

Lezione numero tre: in alcuni casi i neonazisti possono essere tollerati. Le analisi tralasciano anche alcune considerazioni valide di Putin sull’Ucraina, che di certo non giustificano l’invasione ma che devono essere tenute in conto anche durante l’invasione. Prima che scoppiasse questa crisi, i media occidentali progressisti, come The NationGuardianWashington Post, ci mettevano in guardia contro il crescente potere dei gruppi neonazisti in Ucraina e su come avrebbero potuto influenzare il futuro dell’Europa e del mondo. Gli stessi giornali, oggi, sminuiscono la portata del Neo-nazismo in Ucraina.

Il 22 febbraio 2019 The Nation scriveva: «Notizie sempre più frequenti di episodi di violenza da parte dell’estrema destra e di erosione delle libertà fondamentali smentiscono l’iniziale euforia dell’Occidente. Si verificano pogrom contro i Rom, aggressioni sempre più frequenti contro femministe e gruppi Lgbt, censure di libri e glorificazione di collaborazionisti nazisti promossa dallo Stato».

Due anni prima, il 15 giugno 2017, il Washington Post sosteneva, con grande perspicacia, che un eventuale scontro tra Ucraina e Russia non avrebbe dovuto farci dimenticare il potere dei gruppi neonazisti in Ucraina: «Mentre continua lo scontro in Ucraina con i gruppi separatisti sostenuti dai russi, Kiev deve fronteggiare un’altra minaccia alla sua sovranità: i potenti gruppi ultranazionalisti di estrema destra. Questi gruppi non si fanno scrupoli a usare la violenza per raggiungere i propri obiettivi, e questo si scontra con quell’immagine di democrazia tollerante e vicina all’Occidente che Kiev cerca di diventare».

Ma oggi il Wp adotta un atteggiamento del tutto diverso e definisce l’etichetta di neonazismo una «falsa accusa»: «In Ucraina operano diversi gruppi paramilitari nazionalisti, come il battaglione Azov e il Pravyi Sector (Settore destro), che sposano l’ideologia neonazista. Nonostante la continua esposizione, non sembrano avere un forte appoggio popolare. Solo un partito di estrema destra, Svoboda, è rappresentato nel parlamento ucraino, con un solo seggio».

I precedenti avvertimenti da parte di The Hill (9 novembre 2017), il maggiore sito di notizie indipendente degli Stati uniti, sembrano ormai dimenticati: «Ci sono, innegabilmente, dei gruppi neonazisti in Ucraina e questo è stato confermato da quasi tutti i principali media occidentali. Il fatto che gli analisti possano sminuirlo come propaganda diffusa da Mosca è molto inquietante. Soprattutto vista la crescita esponenziale di gruppi neonazisti e suprematisti a livello mondiale».

Lezione numero quattro: abbattere un grattacielo è un crimine di guerra solo se accade in Europa. Oltre ad avere connivenze con queste formazioni neonaziste e i con i loro gruppi paramilitari, il governo ucraino è anche incredibilmente filo-israeliano. Uno dei primi atti del presidente Volodymyr Zelensky è stato il ritiro dell’Ucraina dal Comitato sull’Esercizio dei diritti inalienabili del popolo palestinese delle Nazioni unite – l’unico tribunale internazionale che fa in modo che la Nakba non venga negata o dimenticata.

Questa decisione è stata adottata dal presidente ucraino, che non ha mostrato alcuna empatia nei confronti della tragedia dei profughi palestinesi, che lui non considera vittime di alcun crimine. Nelle interviste rilasciate durante i selvaggi bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza nel maggio 2021, ha affermato che l’unica tragedia a Gaza era quella vissuta dagli israeliani. Sarebbe come dire che i russi sono gli unici a soffrire in Ucraina. Ma Zelensky non è il solo a pensarla così. Nel caso della Palestina, l’ipocrisia raggiunge livelli inimmaginabili. Un grattacielo vuoto colpito in Ucraina è finito in prima pagina ovunque, scatenando dibattiti e profonde analisi sulla brutalità umana, Putin e la disumanità.

I bombardamenti vanno condannati, chiaramente, ma i leader che oggi si dicono sdegnati sono rimasti in silenzio mentre Israele radeva al suolo la città di Jenin nel 2000, il quartiere di Al-Dahaya a Beirut nel 2006 e Gaza City in una operazione dopo l’altra, nel corso degli ultimi quindici anni. Nessuna sanzione nei confronti di Israele è stata mai nemmeno discussa, figuriamoci applicata, per tutti i crimini di guerra commessi dal 1948 a oggi. Anzi, in molti Paesi occidentali che oggi sono tra i promotori delle sanzioni contro la Russia anche solo nominare la possibilità di sanzionare Israele viene ritenuto illegale e tacciato di antisemitismo. Anche quando si assiste a espressioni di solidarietà con l’Ucraina in Occidente, non si può fare a meno di notare il contesto razzista ed etnocentrico. L’imponente solidarietà collettiva è riservata a chi sceglie di unirsi a quel blocco e sottostare a quella sfera di influenza. Non scatta la stessa empatia quando una violenza simile, o persino peggiore, è attuata verso popolazioni non europee in generale, e quella palestinese in particolare.

In quanto soggetti con una propria coscienza, noi abbiamo il diritto di interrogarci sulle risposte alle calamità e abbiamo la responsabilità di evidenziare l’ipocrisia che, per certi versi, ha spianato la strada a simili catastrofi. Legittimare a livello internazionale l’invasione di Paesi sovrani e tacere sui processi di colonizzazione e oppressione ai danni di altri, come la Palestina e il suo popolo, porterà a ulteriori tragedie in futuro, in Ucraina come in ogni altra parte del mondo.

* Ilan Pappé è uno storico e accademico israeliano. Intellettuale e studioso socialista, ebreo e anti-sionista, di formazione comunista, è uno dei rappresentanti della cosiddetta Nuova storiografia israeliana, che ha come fine scientifico ed etico quello di sottoporre a un accurato riesame la documentazione orale, che è prevalsa per decenni, nel tracciare le linee ricostruttive storiche relative alla nascita dello Stato d'Israele e del sionismo in Israele; nella "nuova storiografia" Pappé rappresenta la voce più critica nei confronti della leadership israeliana (da Ben-Gurion in poi) e in favore dei palestinesi. Attualmente è professore cattedratico nel Dipartimento di Storia dell'Università di Exeter (Regno Unito). Sostiene uno stato binazionale laico e secolare comprendente sia ebrei che arabi, in posizione di parità.

*  da il manifesto - 6 marzo 2022  (traduzione Romana Rubeo)

la pubblicazione dell’intervento non comporta la totale condivisione dei contenuti

giovedì 24 febbraio 2022

Alternative in Italia: Cosa viene dopo il Movimento 5Stelle (III)

 - terza parte: Movimento 2050 o altri protagonisti: L’alternativa è ecologista e solidale e non sta né a destra né a sinistra.

di Massimo Marino

All’inizio degli anni ’80, provenendo dalla galassia radicale del ’68, il mio impegno si rivolse con grande intensità alla fase nascente dei movimenti ambientalisti, dedicato in particolare alla battaglia contro il nucleare. Come tanti trovai naturale l’impegno nelle nascenti Liste Verdi che presto diventarono un movimento politico nazionale con l’adesione di centinaia di gruppi da tutte le regioni italiane (Finale Ligure - 16 novembre 1986, Cinema Ondina). Esattamente un anno dopo con il voto di 30 milioni di italiani tre referendum decisero l’abbandono di fatto dello sviluppo del nucleare in Italia. Pochi ricordano che le prime bozze del primo Piano Energetico Nazionale prevedevano per l’Italia la opzione nucleare con ben 61 impianti da costruire. 

Negli anni successivi la nascente Federazione dei Verdi indicò fra i propri impegni basilari quattro punti di rilievo:

1)          Il dissenso verso il finanziamento pubblico dei partiti a cui si rispose all’inizio decidendo un uso prevalente delle proprie risorse per “progetti sociali e ambientali” invece della fruizione interna alla Federazione. 

2)          Il dissenso verso il professionismo politico limitando a due mandati la possibilità di elezione, comprese ipotesi di rotazione a metà mandato, l’assenza di capilista con qualche eccezione e l’ordine alfabetico per mettere tutti alla pari. Naturalmente avvenne che non tutti ruotavano e che nei primi anni quasi tutti gli eletti in Comuni, Regioni e ove erano possibili le preferenze, avevano il cognome che iniziava con una A o una B.

3)          Fin dall’inizio i Verdi sostennero che l’ambientalismo non era né di destra né di sinistra. Alex Langer, probabilmente il più significativo leader che l’ambientalismo ha avuto nell’occidente europeo, in più occasioni aveva sostenuto che i verdi sono rivoluzionari e progressisti per certi aspetti e conservatori e moderati per altri. Mai estremisti o massimalisti ne nazionalisti o reazionari, sempre pacifisti, non violenti e dialoganti. Nel suo impegno nel Parlamento Europeo si distinse per la volontà di dialogare con tutti senza preclusioni ma tenendo sempre ben fermo il proprio punto di vista e la propria autonomia culturale. Quando a metà degli anni ‘90 scomparve prematuramente togliendosi la vita, la crisi dei verdi assunse un ritmo più veloce.

4)          Il dissenso verso la nomina di ristretti vertici o di un unico capo politico fu risolto con la elezione annuale di undici coordinatori nazionali eletti nelle assemblee nazionali (di fatto dei congressi). Erano espressione di mozioni differenti presentate da gruppi di delegati provenienti dalle assemblee regionali. Venni eletto fra gli undici coordinatori e per un anno massacrante mi dedicai, oltre che alla nascita di nuovi gruppi nei principali comuni del Piemonte che arrivarono a circa 60, all’ incarico datomi di ricucire rotture e tensioni fra i verdi diffuse in varie realtà locali di diverse Regioni. Nei primi anni il successo dei Verdi sembrava inarrestabile e nuove adesioni arrivavano da tutte le direzioni, compresi ex appartenenti ad altri partiti. L’altro incarico datomi fu quello di ricucire i rapporti con le principali associazioni ambientaliste nazionali (Lega Ambiente, WWF, Italia Nostra..) che erano pessimi. Per alcuni mesi il confronto, in lunghe riunioni domenicali, sembrò proficuo, arrivando ad una bozza di intenti comuni che però non ebbe seguito. Quando si rinnovarono i coordinatori l’anno dopo, con sorpresa di molti, non venni rieletto: primo degli esclusi. Rammendare le fratture non fa molti amici alla fine. Successivamente nel 1990 venni eletto nel consiglio regionale del Piemonte, diventando poi assessore all’ambiente, ma nel frattempo dopo quasi dieci anni di impegno il mio entusiasmo per i Verdi, la cui autonomia e visione politica si affievolivano, era al termine.  

Nella prima partecipazione alle elezioni politiche del 1987 i verdi ottennero alla Camera il 2,5% con 13 eletti di cui 7 donne. Alle elezioni europee del 1989 si ebbe il massimo risultato della loro storia con il 3,9% e tre eletti (Alex Langer, Gianfranco Amendola, Enrico Falqui). Un'altra lista appena nata (i Verdi Arcobaleno), costituita perlopiù da esponenti di provenienza radicale e demoproletaria, ottenne il 2,4% e due eletti (Adelaide Aglietta e Virginio Bettini).  Nel dicembre del 1990, con grandi tensioni e dissidenze interne, le due aggregazioni, con un accordo malriuscito si unirono, mantenendo in gran parte il simbolo del sole che ride. Ma la fase virtuosa dei primi anni sembrava già in calo. Gli impegni originari vengono progressivamente abbandonati. Di fatto si abolisce la regola dei due mandati, si accede al finanziamento pubblico, i coordinatori sono sostituiti da un “capo politico” detto Portavoce e più tardi Presidente. Il primo è Ripa di Meana nel marzo 1993, ex socialista che poco c’entra con la storia dei Verdi, il secondo nel novembre 1996 l’indipendente di sinistra Luigi Manconi, del tutto inadatto al ruolo, che si dimette presto dopo il disastroso risultato delle elezioni europee del 1999 con l’1,8%, poi aderirà al PD). Nel 1994, a meno di 10 anni dal loro esordio, la vicenda dei verdi sembra già conclusa. Determinante l’introduzione del sistema maggioritario (grazie a Pannella e Segni ma soprattutto ai due partiti principali in crisi DC e PDS che costringono gli altri alle coalizioni pre-voto). Già nel 1990 i tre referendum promossi dai verdi, su caccia e pesticidi, privi di una sufficiente aggregazione sociale che li sostenesse, non raggiungono il quorum. Nel 1992 alle politiche i verdi ottengono alla Camera il 2,8%, nel ’94 il 2,7%. L’Alleanza dei Progressisti (PDS, Rifondazione, La Rete, Alleanza Democratica e Verdi) viene divorata dal sistema maggioritario che segna il trionfo del centrodestra di Silvio Berlusconi. Come spesso avviene in Italia i partiti si dissolvono ma non muoiono. I verdi sopravvivono, ai margini della scena, ma ottenendo anche qualche ministro nei governi “ulivisti” di centrosinistra. Qualcuno fra gli esponenti più noti in quanto parlamentari comincia a migrare verso altri partiti, perlopiù verso l’attuale PD, ma tranne pochissimi che si garantiscono un qualche futuro politico personale, spariranno in pochi anni. In più la evidente crisi dell’ambientalismo politico, che sembrava prima inarrestabile, li rende meno appetibili. Addirittura, si assiste al fenomeno opposto. Evapora il supposto peso elettorale dei pochi “ambientalisti” (provenienti da Legambiente) presenti nel PD, che non trovano più spazi nelle liste e fuoriescono dal partito, alcuni formando un piccolissimo gruppo ancora esistente (Green Italia) che non riesce neppure ad unirsi con l’altro partitino dei Verdi dopo 15 anni almeno. Insomma in pochi anni le trasformazioni interne ( l’abrogazione totale dei due mandati, il capo politico, il finanziamento pubblico assolto e accolto, la rinuncia all’autonomia e la trasformazione in cespuglietto ulivista del centrosinistra, catalizzatori anche di qualche aspetto di narcisismo individuale e di trasformismo ) e quelle esterne ( l’imposizione del maggioritario, le conseguenti coalizioni pre-voto, l’occupazione totale del sistema dei media dopo Mani Pulite),  hanno azzerato non solo la vecchia sinistra radicale ma anche gli ecologisti che si sforzavano all’inizio di mantenere la loro identità di difensori dell’ambiente e del pianeta pur se assenti su molti altri temi.

Qualcuno penserà: ma che c’entra questo bignamino sulla vita e morte dei verdi italiani con i problemi di oggi dell’alternativa che potrebbe esserci ma non c’è?

C’entra eccome. Intanto è impressionante la somiglianza fra le aspirazioni della fase nascente degli ambientalisti degli anni ’80 e di quella dei grillini di 30 anni dopo. Somiglianza in obiettivi ed impostazioni, nella difficoltà a mantenere coerenza con l’impostazione originaria, nei nodi che sembrano irrisolvibili ed anche nei clamorosi errori e nell’ incapacità di impedire di essere mangiati in pochi anni dalle sirene seducenti di un sistema politico in realtà boccheggiante e privo di qualunque volontà di innovazione riformatrice della società italiana. Difficoltà e nodi, in parte comuni anche ai gruppi di alternativa della sinistra, la cui mancata soluzione e gestione hanno portato e possono portare all’irrilevanza. La loro soluzione virtuosa a mio parere è la chiave per permettere una reale alternativa. Affronto perciò qui alcuni temi che mi sembrano irrinunciabili e decisivi.

1)           Non si possono mantenere equivoci sul sistema elettorale, questione che ha scarso appeal e difficile comprensione per molti, ma grandi effetti sul sistema politico, quindi sulla società, ed anche una forte valenza etica. Di solito, con grande confusione, si parla di due diversi possibili modi di garantire la rappresentanza delegata: maggioritario e proporzionale. È mia opinione che pur esistendo numerosi sistemi di voto di tipo maggioritario (collegi uninominali, premi al vincitore o alle coalizioni pre-voto, doppio turno per due o più concorrenti più votati, listino pre-voto per chi vince, quota di seggi predefiniti o variabili) tutti hanno in comune una distorsione del voto che impedisce la rappresentanza di una parte dei voti espressi e la capovolge a favore di altri che spesso rappresentano esattamente il contrario. In Italia si è arrivati anche a 4-5 milioni di voti negati e riassegnati ad altri.  In pratica il tuo voto viene cancellato e viene attribuito ad un altro (la differenza fa 2!). Il maggioritario è sostenuto sempre da chi vuole garantire la stabilità di un sistema e impedire qualunque cambiamento se non è circoscritto ai pochi (in genere due con al massimo vari gregari subalterni) che si mettono d’accordo per truccare il gioco. E’ giustificato con varie argomentazioni, una più strampalata dell’altra, che abbiamo tante volte sentito: garantire la governabilità, sapere la sera del voto chi ha vinto (!), impedire la frammentazione (!!) etc... In Italia esistono, in particolare dal 1994, almeno otto sistemi elettorali diversi (per Municipi e Circoscrizioni comunali, Comuni grandi e Comuni piccoli, Provincie, Regioni, Camera, Senato; tutti diversi fra loro ma con una componente di tipo maggioritario che rende incomprensibile per il 99% degli elettori quali possono essere le conseguenze del suo voto (da qualche anno ogni Regione ha la sciagurata facoltà di modificare in parte il proprio sistema elettorale). Sono così fioriti l’Italicum, il Porcellum, Il Rosatellum, l’elezione diretta dei Sindaci con possibile ballottaggio e quella diretta dei presidenti di Regione. Con centinaia di sigle e listarelle, spesso inventate a supporto del gioco bipolare, di cui gli elettori neppure conoscono la consistenza, che quasi sempre non eleggono nessuno. Fa eccezione il sistema alle Europee, un proporzionale come per tutti gli altri paesi, da noi con cinque grandi collegi, le preferenze assenti in altri casi (questione irrilevante che viene di solito ingigantita) e un quorum al 4%.

Sul proporzionale invece, a parte la disinformazione, esiste qualche problemino da capire bene. I media parlano di proporzionale puro ma non spiegano quale intendono. Non capisco se lo fanno apposta o si tratti di semplice superficialità. Quello puro andrebbe inteso senza quorum o con quorum bassissimo. Apparentemente è sostenuto solo da alcuni leaderini di piccoli partiti per due motivi: tirare a campare prendendo all’infinito l’1-2% e come alleati, pur se di peso limitato, dei partiti maggiori; qualcosina si ottiene sempre. Quello che invece fa paura è un proporzionale serio, regolato con un quorum significativo, in genere il 5%, per due ragioni; spazza via i cespuglietti dei due poli che scomparirebbero rapidamente con i loro piccoli leader, impone aggregazioni serie fra i tanti gruppi con punti comuni, oggi restii a fare politica insieme. Sono convinto che in Italia si risolverebbe quella singolare anomalia del presente per cui di fatto non esistono con un qualche peso né una sinistra radicale che si esercita da venti anni nel dividersi in frammenti innumerevoli, né una forza ecologista che sarebbe fondamentale, da tempo preclusa dall’ostruzionismo dei leaderini verdi che con discrezione operano per mantenere le tematiche ambientali nella loro piccola nicchia irrilevante.

Il proporzionale con quorum al 5% eliminerebbe la frammentazione e farebbe crescere rapidamente sia una nuova sinistra radicale matura sia anche un soggetto ecologista di rilievo. Due protagonisti di cui l’Italia e l’alternativa avrebbero bisogno anche se non sono risolutivi da soli per un cambiamento del sistema politico. Così è avvenuto negli anni ’80 in Germania dove molte decine di gruppi di alternativa, dopo un duro scontro sociale durato anni (contro il nucleare, la precarietà sociale e abitativa e la qualità della vita nelle grandi città) hanno ad un certo punto deciso di darsi un'unica rappresentanza, unendosi anche con forze della ex Germania est. E’ nata così un'unica aggregazione politica, i Grünen, che in pochi anni è entrata in Parlamento ( Alleanza’90/IVerdi ) e nei Lander. Oggi governa anche grandi città come protagonista egemone. Nel corso degli anni ’90 fino ad oggi i Grünen sono diventati stabilmente uno dei 3-4 soggetti politici più importanti del paese. Il sistema elettorale tedesco, proporzionale con la soglia del 5%, rispettoso della rappresentanza e della stabilità è a mio parere quello più funzionante del mondo. 

2)           La conversione del movimento grillino nel nuovo Movimento 2050 di Conte e i suoi risultati dipenderanno inevitabilmente dalla collocazione che si darà nel sistema politico. Se si legge il quadro politico di riferimento esclusivamente come un foglio piatto dove esiste una destra e una sinistra, la vicenda di Conte è chiusa in partenza. Tutti i movimenti in qualche modo di alternativa radicale e riformatrice che si sono alleati stabilmente e in forma subalterna in questo schema, in genere con accordi rigidi con la cosiddetta socialdemocrazia, sono stati ridimensionati o azzerati in poco tempo. Ne sono esempi l’alleanza Verdi e Socialisti in Francia del 2012, l’alleanza di Podemos con i Socialisti in Spagna, le coalizioni uliviste italiane, ancora di recente un mese fa il tracollo dei due partiti che sostenevano un governo socialista minoritario in Portogallo; in qualche modo la stessa componente socialista radicale di Sanders e amici nei democratici in USA che non conta praticamente nulla.  I movimenti di alternativa devono avere la loro collocazione naturale in un centro radicale con grande capacità riformatrice che è esattamente il contrario del moderatismo centrista che oggi non ha in genere alcuno spazio politico. La società quindi non può essere letta come un foglio piatto ma, azzardando una lettura geometrica, come uno spazio cartesiano dove un centro moderato e un centro radicale stanno verticalmente agli opposti. Guarda caso i Grünen tedeschi che si ritengono di certo “progressisti” di volta in volta in base ai punti di programma ed al progetto scelgono se e con chi allearsi, dalle Città, ai Lander, al Parlamento. E tutto sommato sono gli unici sopravvissuti nell’intero Occidente.

Nel nostro paese i precari schieramenti di centrodestra e centrosinistra costituiscono in realtà una grande palude, quasi sempre indifferente, come minimo, sia alle emergenze ambientali e climatiche del nuovo secolo, sia alla precarietà sociale ed economica di parti consistenti della società e sia al dilagare di corruzione e clientelismo. Il limite sta nei loro referenti sociali e nell’alleanza fra un ceto medio per lo più garantito in buona parte da apparati statali, gruppi di clientele, fino a gruppi di tipo mafioso o come minimo evasori fiscali stabili e un sistema economico-industriale-finanziario con la testa e il portafoglio rivolti verso il secolo scorso e chiuso a processi riformatori ecosostenibili e solidali che ci offrirebbero un nuovo modello economico e darebbero buone speranze alle nuove generazioni. Oggi dovremmo avere 100mila cantieri di fotovoltaico aperti al mese sui tetti delle case e centinaia di km di metropolitane in costruzione urgente nelle 30 principali città italiane. Dopo il reddito di cittadinanza che è da allargare ad alcuni ambiti sociali esclusi dalla Lega nel ConteI, dovremmo arrivare finalmente ad un salario minimo orario almeno decente contrastando il dilagare del lavoro nero. Abbiamo invece un ministro dell’ambiente che si diletta a raccontarci la favoletta delle minicentrali nucleari, che espande le trivelle come se questo portasse a calmierare il costo dei fossili invece di superarli. E sul salario minimo, come sulle regole elettorali c’è un muro discreto e silenzioso di forze diverse che precludono qualunque innovazione. In varie occasioni la società italiana ha mostrato la disponibilità al cambiamento. Ad esempio con il referendum sul nucleare riconfermato nel 2011, con il no alla riforma costituzionale di Renzi del 2016, come anche con il voto politico del 2015 e del 2018.

Quindi una forza di progresso che occupi il centro del sistema politico e imponga un diverso sistema elettorale di rappresentanza sociale non può che essere solidale cioè avere un referente sociale determinante negli strati più precarizzati della società ed ecologista cioè proporre un percorso di conversione dell’economia che garantisca il futuro delle nuove generazioni. Se il rispetto della Costituzione e della Democrazia sono pilatri basilari, è invece indispensabile elaborare un progetto autonomo e di impegno istituzionale sui temi essenziali, evitando di galleggiare senza opinioni proprie nella palude. Non essere né di destra né di sinistra non vuol dire affatto oscillare come un pendolo di volta in volta di qua e di la, ma esprimere un proprio punto di vista compreso e sostenuto nella società tanto da diventare il polo di attrazione su cui verificare le possibili alleanze ed il livello accettabile di compromesso. Almeno in questa fase storica non servono per forza interlocutori e alleanze obbligate.

3)            L’esperienza del governo Conte 1 e Conte 2 ce lo insegna. In una situazione di potenziale egemonia i grillini hanno ottenuto molti più risultati nella fase iniziale del governo con la Lega che nel Conte 2 con il PD. Ed oggi in un eccesso di realpolitik e nel “governo di tutti” la perdita dell’egemonia porta alla crisi ed alla totale paralisi delle loro proposte. Già ho citato il blocco della loro proposta di legge elettorale, di quella sul salario minimo orario, quella sul potenziamento diffuso delle rinnovabili, ma anche l’assenza totale di proposte sul problema dei migranti dove la costruzione di corridoi umanitari che sostituiscano e debellino gli scafisti e impediscano l’immigrazione clandestina, non procede se non come esperimento di piccole comunità religiose invece che come progetto umanitario ed economico dello Stato ( vedi qui).

 
Mi sembra che l’eventuale Movimento 2050 di Conte abbia un qualche futuro se ha il coraggio di difendere una propria totale collocazione autonoma, di arrestare una illusoria deriva di centrismo moderato di qualche ministro che non ha alcuno spazio nella società italiana né tanto meno alcuno spazio elettorale, di contrastare l’azione diffamatoria dei media, invece di subirla o maledirla,  imponendo la centralità dei propri obiettivi e costruendo sedi idonee a definire quelli che ad oggi sono troppo nebulosi o incomprensibili. Mi sembra scontato che la ricomposizione con Di Battista e alcuni altri, un ricambio significativo dei quadri (che tanto avverrà comunque perché in buona parte emigreranno o spariranno), l’organizzazione su basi regionali e nuove campagne di adesione, accanto alla riconquista di una totale autonomia, siano i requisiti di una difficile sopravvivenza.

A me pare che in giro al momento non c’è altro. Nella sinistra e negli ambientalisti ad oggi purtroppo la visione si ferma alla speranza che la crisi grillina porti i loro partitini dall’1-2% al 2-3%. L’innovazione politica e la volontà di aggregazione mi sembrano vicini a zero, sull’eccesso di narcisismo e trasformismo, come sui loro esiti fallimentari, non c’è nemmeno una riflessione in corso. La generazione nata nel secolo scorso ha ancora poche carte per riscattarsi e inventare una prospettiva di alternativa. Che altrimenti sarà a carico fra dieci anni delle nuove generazioni nel mezzo della crisi.

leggi anche:

Alternative in Italia: Cosa viene dopo il Movimento 5Stelle (I) (Massimo Marino - febbraio 2022 )

Alternative in Italia: Cosa viene dopo il Movimento 5Stelle (II) ( Massimo Marino – febbraio 2022)

 

domenica 21 giugno 2020

Tre mesi all'ora X - capitolo 1


La Turkmena 

“Dove siamo?”

La domanda la faccio con tutta la faccia di bronzo che mi riesce di fare. Lo so che è una domanda un po’ strampalata e so che anche lei inevitabilmente lo penserà ma corro il rischio. Da ore mi annoio, circondato da signori e signore benvestiti che sfogliano testi inesistenti di riviste insignificanti. Ho letto tutto quello che avevo da leggere e mi annoio. O forse la verità è che lei è bellissima, elegante, quasi fuori posto, sembra come una marziana calata in un ambiente ostile. E mi sono stufato di rispondere solo sì o no o grazie alle sue ripetute domande. E così, nel mio stentato inglese, ho trovato la domanda più stupida che potessi fare per uscire dallo schema e chiederle direttamente qualcosa che non è strettamente previsto dalla tranquilla superficialità del contesto.  Ha capito benissimo la domanda, strizza gli occhi per un attimo spalancando quelle sottili e allungate fessure che la rendono così affascinante insieme al modo così tranquillo e pacato di muoversi nel suo attillatissimo vestitino blu, con quella camicetta bianca che appena compare nel solco sotto il collo. Sembra un po’ imbarazzata dalla difficoltà a darmi una risposta precisa, mi fa un sorriso extra large, mi mostra per un attimo il palmo delle due mani sollevate chiedendomi di attendere e si allontana. Dopo almeno due o tre minuti ritorna, occhi di nuovo rilassati e un lieve sorriso sul viso. 
 
“Belorus... siamo a circa seimila metri sopra la Bielorussia, abbiamo superato Minsk e ci stiamo avvicinando al confine con la Russia. Fra circa un’ora, superata Smolenks, arriviamo allo Sheremetyevo Airport di Mosca”. 

Attende eventuali osservazioni o qualche altra domanda, secondo me ben consapevole che si trattava di un pretesto, poi sorprendentemente rompendo di nuovo anche lei le procedure standard mi chiede: “Un ora sarà lunghissima, vuole qualcosa da bere?”.  Si allontana al mio assenso e per l’ennesima volta non posso fare a meno di osservare la grazia pacata con la quale sfila lentamente lungo il corridoio senza fine dell’A320 della Aereoflot, il nome mantenuto dalla compagnia aerea dopo la nascita della Federazione Russa che è il nuovo nome della vecchia Unione Sovietica. Ne fanno parte altre nove delle quindici nazioni originarie dopo il crollo della fine degli anni ’80. 
Mai avrei pensato che a tre mesi dalla fine di questo millennio, o più esattamente all’inizio di ottobre del 1999, sarei andato a 51 anni, per la prima volta nella mia vita, a Mosca. Il volo da Torino a Mosca passando attraverso Parigi è relativamente breve. Sono meno di 3000 chilometri, poco più di quattro ore. Tenuto conto del cambio di volo a Parigi e del fuso orario, che si sposta di due ore in avanti, sono partito alle 11 del mattino e arriverò a Mosca verso le 14,30 del pomeriggio. 
 
In questo inizio di ottobre il clima è ancora gradevolmente mite. Sono un po’ agitato perché la scadenza è impegnativa. In Russia per lavoro, per la prima volta in un incontro fra chimici e biologi italiani francesi e spagnoli con questo gruppo di ricercatori russi di un famoso Centro di ricerca che all’epoca dell’Urss raccoglieva ben 500 ricercatori, oggi ridotti a meno di un terzo. Alcuni li conosco ormai da mesi in modo virtuale via internet, da quando mi hanno dato il compito di coordinatore degli esperimenti in piccoli reattori di ricerca che si svolgono prevalentemente a Mosca (dove costano, sembra, meno di un terzo che da noi).  Loro fanno le prove, mi mandano i dati, io li analizzo e li giro anche a francesi e spagnoli con le mie osservazioni e con le proposte di nuove prove da tentare. In fin dei conti mi diverto e l’azienda ha trovato il modo, rientrato in fabbrica dopo alcuni anni di distacco, di tenermi lontano dai reparti dove per quasi trenta anni ho fatto il tecnico e insieme il delegato di reparto, in particolare occupandomi dei problemi ambientali e di sicurezza sul lavoro.  A 50 anni compiuti ho girato un bel po’ in vari paesi del mondo ma mai avrei pensato, ne desiderato, di andare nella ex Unione Sovietica. Non mi piaceva prima, ai tempi di Breznev e degli altri e non mi piace adesso con questo Boris Eltsin che nella nuova Russia, messo da parte il mite Gorbaciov, da quasi dieci anni ormai combina un guaio dietro l’altro. Forse proprio per questo sembra ben tollerato dall’intero Occidente ma sempre meno da alcune centinaia di milioni di russi. Sempre più in difficoltà, la carriera di Eltsin, accusato di amare troppo l’alcol, il fumo, le donne e le tangenti, sembra al termine. Il suo ruolo di Presidente della Federazione Russa diventa sempre più debole ed il suo delfino Vladimir Putin, ex agente del KGB, da tre mesi nominato Primo Ministro, per quanto semisconosciuto all’Ovest, sembra essere il nuovo astro nascente della Russia.  

Mancano solo tre mesi alla fine del 1999 e per quanto sia poco sensibile agli anniversari, agli eventi mediatici ed alle feste ufficiali, confesso che la scadenza del cambio di secolo, di millennio e di fase storica mi mette in agitazione. Con il crollo dell’Unione sovietica ci troveremo, dicono i più, in un nuovo Eden di pace e prosperità, fuori dalla guerra fredda. Un’aspettativa che quasi mi emoziona e di certo mi incuriosisce. Cambierà tutto nel mondo?
Anche il viaggio a Mosca in fin dei conti mi sembra un mio piccolo personale evento del tutto inaspettato e gradito. Negli ultimi trenta anni ho viaggiato in più parti del pianeta, parecchie volte in India per andare a trovare Valentina e Speranza nel bel villaggio ancora disseminato di belle costruzioni di origine portoghese fra Goa e Bombay (che da qualche anno si chiama Mumbai grazie ai nazionalisti Indù). Per quanto abbia letto molto dell’Unione Sovietica e della nuova Russia, mai avrei pensato di finire da solo, e così lontano di fatto da Valentina, dalle parti della Piazza Rossa e dei nipotini di Lenin e Stalin. 
  
Non faccio a tempo a entrare in agitazione pensando a come, con il mio stentatissimo inglese, mi gestirò lunghi incontri per quasi una settimana con una ventina di persone che parlano almeno quattro lingue diverse e che si incontrano per la prima volta. Arriva la mia amata hostess con un vassoio ed una bibita che dovrebbe essere del tè freddo. Si china per porgermela ed ancora una volta il mio sguardo cade sul piccolo distintivo, una bandiera in miniatura, bianca blu e rossa, appuntata sulla sua camicetta bianca. Per la verità non è esattamente quella che attira il mio sguardo ma con un po’ di faccia tosta gliela indico.

“Sei francese o sei russa? O magari bielorussa? “

Scoppia in una sommessa risata scuotendo la testa e immediatamente mi rendo conto di avere detto due sciocchezze in un'unica domanda. La prima è che chissà perché ho ancora in testa la bandiera rossa per le repubbliche sovietiche e, venendo da Parigi, ho pensato alle tre strisce verticali blu, bianca e rossa della bandiera francese. Invece queste sono tre strisce orizzontali bianca, blu e rossa che è invece la nuova flag della Federazione russa. La seconda è che la Bielorussia è una patria improbabile per questa bellissima donna dagli occhi piccoli e un po’ allungati tipicamente asiatici che casomai potrebbero provenire dalla Mongolia.

“Non sono russa, sono turkmena di origine ma vivo fra Mosca e Parigi, spesso fra le nuvole. Mi chiamo Anna e questa è la bandiera della Federazione Russa. E di Aeroflot, ovviamente. “

Dei turkmeni e del loro paese non so pressoché nulla se non che questi “turchi meridionali”, che un tempo si chiamavano anche turcomanni, si sono staccati quasi dieci anni fa dall’Unione sovietica al momento del crollo, hanno ereditato il capo locale del regime comunista come Presidente e dittatore inamovibile e se la cavano a sopravvivere grazie ai giacimenti di gas.
Ci scambiamo un grande sorriso, le chiedo come arrivare al centro di Mosca e mi conferma che alla fine mi conviene un taxi, possibilmente di quelli ufficiali. Mi saluta e si allontana verso il fondo del corridoio. 

Dopo meno di mezz’ora comincio a sentire che si scende di quota. Intravedo Anna un’ultima volta quando ripassa lentamente per il corridoio a controllare che tutti siano svegli e si stiano allacciando le cinture per l’atterraggio. A Mosca ci deve essere il sole perché scesi sotto le nuvole raggi luminosi filtrano nella cabina dai finestrini. Anche dalla hostess adesso seduta tranquilla a fondo corridoio emana una lievissima scia di luce e di stelline sfavillanti. O almeno così mi sembra...
*

L’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche è durata 69 anni, un po’ meno dell’età media di un abitante della parte Occidentale dell’Europa. Si è sciolta definitivamente il 26 dicembre 1991 dopo un tentativo fallito di colpo di stato contro Michail Gorbaciov che riteneva possibile una democratizzazione graduale della Federazione. Già prima, nel mese di giugno, la Repubblica della Russia si era dichiarata indipendente sotto l’azione di Boris Eltsin con il quale si ricostituì una nuova Comunità di Stati Indipendenti (CSI) con l’adesione di altre 9 delle 15 Repubbliche che costituivano l’Unione Sovietica (Armenia, Azerbaigian, Kazakistan, Kirghizistan, Moldavia, Tagikistan, Uzbekistan, Georgia e Turkmenistan come associato). La sola Russia ha una estensione di 17 milioni di km² di territorio e circa 145 milioni di abitanti. La lingua ufficiale della CSI è il russo.