domenica 21 giugno 2020

Tre mesi all'ora X - capitolo 1


La Turkmena 

“Dove siamo?”

La domanda la faccio con tutta la faccia di bronzo che mi riesce di fare. Lo so che è una domanda un po’ strampalata e so che anche lei inevitabilmente lo penserà ma corro il rischio. Da ore mi annoio, circondato da signori e signore benvestiti che sfogliano testi inesistenti di riviste insignificanti. Ho letto tutto quello che avevo da leggere e mi annoio. O forse la verità è che lei è bellissima, elegante, quasi fuori posto, sembra come una marziana calata in un ambiente ostile. E mi sono stufato di rispondere solo sì o no o grazie alle sue ripetute domande. E così, nel mio stentato inglese, ho trovato la domanda più stupida che potessi fare per uscire dallo schema e chiederle direttamente qualcosa che non è strettamente previsto dalla tranquilla superficialità del contesto.  Ha capito benissimo la domanda, strizza gli occhi per un attimo spalancando quelle sottili e allungate fessure che la rendono così affascinante insieme al modo così tranquillo e pacato di muoversi nel suo attillatissimo vestitino blu, con quella camicetta bianca che appena compare nel solco sotto il collo. Sembra un po’ imbarazzata dalla difficoltà a darmi una risposta precisa, mi fa un sorriso extra large, mi mostra per un attimo il palmo delle due mani sollevate chiedendomi di attendere e si allontana. Dopo almeno due o tre minuti ritorna, occhi di nuovo rilassati e un lieve sorriso sul viso. 
 
“Belorus... siamo a circa seimila metri sopra la Bielorussia, abbiamo superato Minsk e ci stiamo avvicinando al confine con la Russia. Fra circa un’ora, superata Smolenks, arriviamo allo Sheremetyevo Airport di Mosca”. 

Attende eventuali osservazioni o qualche altra domanda, secondo me ben consapevole che si trattava di un pretesto, poi sorprendentemente rompendo di nuovo anche lei le procedure standard mi chiede: “Un ora sarà lunghissima, vuole qualcosa da bere?”.  Si allontana al mio assenso e per l’ennesima volta non posso fare a meno di osservare la grazia pacata con la quale sfila lentamente lungo il corridoio senza fine dell’A320 della Aereoflot, il nome mantenuto dalla compagnia aerea dopo la nascita della Federazione Russa che è il nuovo nome della vecchia Unione Sovietica. Ne fanno parte altre nove delle quindici nazioni originarie dopo il crollo della fine degli anni ’80. 
Mai avrei pensato che a tre mesi dalla fine di questo millennio, o più esattamente all’inizio di ottobre del 1999, sarei andato a 51 anni, per la prima volta nella mia vita, a Mosca. Il volo da Torino a Mosca passando attraverso Parigi è relativamente breve. Sono meno di 3000 chilometri, poco più di quattro ore. Tenuto conto del cambio di volo a Parigi e del fuso orario, che si sposta di due ore in avanti, sono partito alle 11 del mattino e arriverò a Mosca verso le 14,30 del pomeriggio. 
 
In questo inizio di ottobre il clima è ancora gradevolmente mite. Sono un po’ agitato perché la scadenza è impegnativa. In Russia per lavoro, per la prima volta in un incontro fra chimici e biologi italiani francesi e spagnoli con questo gruppo di ricercatori russi di un famoso Centro di ricerca che all’epoca dell’Urss raccoglieva ben 500 ricercatori, oggi ridotti a meno di un terzo. Alcuni li conosco ormai da mesi in modo virtuale via internet, da quando mi hanno dato il compito di coordinatore degli esperimenti in piccoli reattori di ricerca che si svolgono prevalentemente a Mosca (dove costano, sembra, meno di un terzo che da noi).  Loro fanno le prove, mi mandano i dati, io li analizzo e li giro anche a francesi e spagnoli con le mie osservazioni e con le proposte di nuove prove da tentare. In fin dei conti mi diverto e l’azienda ha trovato il modo, rientrato in fabbrica dopo alcuni anni di distacco, di tenermi lontano dai reparti dove per quasi trenta anni ho fatto il tecnico e insieme il delegato di reparto, in particolare occupandomi dei problemi ambientali e di sicurezza sul lavoro.  A 50 anni compiuti ho girato un bel po’ in vari paesi del mondo ma mai avrei pensato, ne desiderato, di andare nella ex Unione Sovietica. Non mi piaceva prima, ai tempi di Breznev e degli altri e non mi piace adesso con questo Boris Eltsin che nella nuova Russia, messo da parte il mite Gorbaciov, da quasi dieci anni ormai combina un guaio dietro l’altro. Forse proprio per questo sembra ben tollerato dall’intero Occidente ma sempre meno da alcune centinaia di milioni di russi. Sempre più in difficoltà, la carriera di Eltsin, accusato di amare troppo l’alcol, il fumo, le donne e le tangenti, sembra al termine. Il suo ruolo di Presidente della Federazione Russa diventa sempre più debole ed il suo delfino Vladimir Putin, ex agente del KGB, da tre mesi nominato Primo Ministro, per quanto semisconosciuto all’Ovest, sembra essere il nuovo astro nascente della Russia.  

Mancano solo tre mesi alla fine del 1999 e per quanto sia poco sensibile agli anniversari, agli eventi mediatici ed alle feste ufficiali, confesso che la scadenza del cambio di secolo, di millennio e di fase storica mi mette in agitazione. Con il crollo dell’Unione sovietica ci troveremo, dicono i più, in un nuovo Eden di pace e prosperità, fuori dalla guerra fredda. Un’aspettativa che quasi mi emoziona e di certo mi incuriosisce. Cambierà tutto nel mondo?
Anche il viaggio a Mosca in fin dei conti mi sembra un mio piccolo personale evento del tutto inaspettato e gradito. Negli ultimi trenta anni ho viaggiato in più parti del pianeta, parecchie volte in India per andare a trovare Valentina e Speranza nel bel villaggio ancora disseminato di belle costruzioni di origine portoghese fra Goa e Bombay (che da qualche anno si chiama Mumbai grazie ai nazionalisti Indù). Per quanto abbia letto molto dell’Unione Sovietica e della nuova Russia, mai avrei pensato di finire da solo, e così lontano di fatto da Valentina, dalle parti della Piazza Rossa e dei nipotini di Lenin e Stalin. 
  
Non faccio a tempo a entrare in agitazione pensando a come, con il mio stentatissimo inglese, mi gestirò lunghi incontri per quasi una settimana con una ventina di persone che parlano almeno quattro lingue diverse e che si incontrano per la prima volta. Arriva la mia amata hostess con un vassoio ed una bibita che dovrebbe essere del tè freddo. Si china per porgermela ed ancora una volta il mio sguardo cade sul piccolo distintivo, una bandiera in miniatura, bianca blu e rossa, appuntata sulla sua camicetta bianca. Per la verità non è esattamente quella che attira il mio sguardo ma con un po’ di faccia tosta gliela indico.

“Sei francese o sei russa? O magari bielorussa? “

Scoppia in una sommessa risata scuotendo la testa e immediatamente mi rendo conto di avere detto due sciocchezze in un'unica domanda. La prima è che chissà perché ho ancora in testa la bandiera rossa per le repubbliche sovietiche e, venendo da Parigi, ho pensato alle tre strisce verticali blu, bianca e rossa della bandiera francese. Invece queste sono tre strisce orizzontali bianca, blu e rossa che è invece la nuova flag della Federazione russa. La seconda è che la Bielorussia è una patria improbabile per questa bellissima donna dagli occhi piccoli e un po’ allungati tipicamente asiatici che casomai potrebbero provenire dalla Mongolia.

“Non sono russa, sono turkmena di origine ma vivo fra Mosca e Parigi, spesso fra le nuvole. Mi chiamo Anna e questa è la bandiera della Federazione Russa. E di Aeroflot, ovviamente. “

Dei turkmeni e del loro paese non so pressoché nulla se non che questi “turchi meridionali”, che un tempo si chiamavano anche turcomanni, si sono staccati quasi dieci anni fa dall’Unione sovietica al momento del crollo, hanno ereditato il capo locale del regime comunista come Presidente e dittatore inamovibile e se la cavano a sopravvivere grazie ai giacimenti di gas.
Ci scambiamo un grande sorriso, le chiedo come arrivare al centro di Mosca e mi conferma che alla fine mi conviene un taxi, possibilmente di quelli ufficiali. Mi saluta e si allontana verso il fondo del corridoio. 

Dopo meno di mezz’ora comincio a sentire che si scende di quota. Intravedo Anna un’ultima volta quando ripassa lentamente per il corridoio a controllare che tutti siano svegli e si stiano allacciando le cinture per l’atterraggio. A Mosca ci deve essere il sole perché scesi sotto le nuvole raggi luminosi filtrano nella cabina dai finestrini. Anche dalla hostess adesso seduta tranquilla a fondo corridoio emana una lievissima scia di luce e di stelline sfavillanti. O almeno così mi sembra...
*

L’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche è durata 69 anni, un po’ meno dell’età media di un abitante della parte Occidentale dell’Europa. Si è sciolta definitivamente il 26 dicembre 1991 dopo un tentativo fallito di colpo di stato contro Michail Gorbaciov che riteneva possibile una democratizzazione graduale della Federazione. Già prima, nel mese di giugno, la Repubblica della Russia si era dichiarata indipendente sotto l’azione di Boris Eltsin con il quale si ricostituì una nuova Comunità di Stati Indipendenti (CSI) con l’adesione di altre 9 delle 15 Repubbliche che costituivano l’Unione Sovietica (Armenia, Azerbaigian, Kazakistan, Kirghizistan, Moldavia, Tagikistan, Uzbekistan, Georgia e Turkmenistan come associato). La sola Russia ha una estensione di 17 milioni di km² di territorio e circa 145 milioni di abitanti. La lingua ufficiale della CSI è il russo.
     

venerdì 23 marzo 2018

Grossi guai per l’Accordo di Parigi: nel 2017 le emissioni globali di CO2 sono cresciute


Lo strano caso degli Usa dove Trump vuole il carbone ma crescono le rinnovabili


«Nel 2017, le emissioni globali di CO2 legate all’energia sono cresciute dell’1,4%, raggiungendo un massimo storico di 32,5 gigatonnellate, una ripresa della crescita dopo tre anni di emissioni globali piatte». A dare questa brutta notizia per il clima e per l’Accordo di Parigi è il “Global Energy & CO 2 Status Report” dell’Internationale Energy agancy (Iea) che però aggiunge che l’aumento delle emissioni di CO2 non riguarda tutte le aree del mondo: «Mentre la maggior parte delle principali economie ha visto un aumento, alcune altre hanno registrato cali, tra le quali Stati Uniti, Regno Unito, Messico e Giappone». E la cosa singolare è che il calo più consistente viene proprio dagli Usa di Donald Trump che vuole più carbone mentre vengono installati sempre più impianti per produrre energia rinnovabile.

Il rapporto Iea evidenzia che «Nel 2017, la CO2 globale legata all’energia è aumentata dell’1,4% , con un aumento di 460 milioni di tonnellate (Mt), e ha raggiunto un massimo storico di 32,5 gigatonnellate (Gt). La crescita dello scorso anno è arrivata dopo tre anni di emissioni piatte e contrasta con la forte riduzione necessaria per raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici». E’ come se in un anno fossero state messe in strada 170 milioni di auto in più e l’amento delle emissioni di carbonio è il frutto di una crescita  economica globale del 3,7%, di prezzi più bassi dei combustibili fossili e di una diminuzione degli sforzi per l’efficienza energetica più deboli. «Questi tre fattori hanno contribuito a far salire la domanda globale di energia del 2,1% nel 2017», dice il rapporto.
Ma non dappertutto: negli Usa le emissioni sono diminuite dello 0,5%, o 25 Mt, calando a 4.810 Mt di CO2 , segnando il terzo anno di calo consecutivo. Ma c’è una novità: mentre negli anni precedenti nella riduzione delle emissioni  ha svolto un ruolo importante la conversione da carbone a gas delle centrali elettriche, nel 2017 il calo è stato il risultato di una maggiore produzione di elettricità da fonti rinnovabili e da un calo della domanda di elettricità. Negli Usa la quota di energie rinnovabili nella produzione di energia elettrica ha raggiunto un livello record del 17%, mentre la quota di energia nucleare si è mantenuta stabile al 20%.

Anche nel Regno Unito, le emissioni sono diminuite del 3,8%, o di 15 Mt, calando a 350 Mt di CO2, il livello più basso registrato dal 1960. La Gran Bretagna sta continuando la transizione dal carbone al gas e alle fonti rinnovabili che ha portato a un calo del 19% della domanda di carbone . In Messico, le emissioni sono calate addirittura del 4%, grazie al calo dell’utilizzo di petrolio e carbone, all’aumento dell’efficienza nel sistema energetico, alla forte crescita delle energie rinnovabili e da un lieve aumento dell’utilizzo complessivo del  gas. In Giappone, le emissioni di CO2 sono diminuite dello 0,5% grazie all’aumento della produzione di elettricità da fonti rinnovabili e al calo di utilizzo di petrolio combustibili fossili, in particolare petrolio, da parte delle popolazioni sfollate dopo la catastrofe nucleare di Fukushima Daiichi.

Ma la situazione resta preoccupante perché sono le economie asiatiche a rappresentare i due terzi dell’aumento globale delle emissioni di carbonio. Nel 2017 l’economia cinese è cresciuta “solo” del 7%  e anche se le sue emissioni  sono aumentate solo dell’1,7% (150 Mt) grazie al continuo dispiegamento di energie rinnovabili e al passaggio più veloce dal carbone al gas, hanno raggiunto le 9,1 Gt, quasi l’1% in più rispetto al livello del 2014. Anche se la domanda di carbone della Cina ha raggiunto il picco nel 2013, le emissioni legate all’energia continuano ad aumentare  a causa dell’aumento della domanda di petrolio e gas.

Anche nell’altra superpotenza asiatica e planetaria, l’India, la crescita economica spinge verso l’alto la domanda di energia e le emissioni, ma a metà del tasso osservato negli ultimi 10 anni. Nel 2017 le emissioni pro-capite dell’India erano1,7 t CO2 , ben al di sotto della media globale pro capite di 4,3 tCO2.

Cattive notizie anche dalla “virtuosa” Unione Europea, dove, nonostante impegni solenni e Direttive vincolanti, le emissioni sono cresciute dell’1,5%, aggiungendo quasi 50 Mt di CO2, invertendo parte dei progressi compiuti negli ultimi anni, soprattutto a causa della robusta crescita del consumo di petrolio e gas. il rapporto Iea evidenzia che nell’Unione europea «Il tasso di miglioramento dell’intensità energetica è sceso dello 0,5% rispetto all’1,3% dell’anno precedente».

Anche le economie del Sud-est asiatico hanno contribuito all’aumento delle emissioni, con l’Indonesia in testa con un aumento del 4,5% rispetto al 2016. Ma è noto che Jakarta non sta rispettando l’impegni per fermare la deforestazione.
Il “Global Energy & CO 2 Status Report”  sottolinea che «La crescita delle emissioni di biossido di carbonio legate al settore energetico nel 2017 è un forte avvertimento per gli sforzi globali volti a combattere i cambiamenti climatici e dimostra che gli attuali sforzi non sono sufficienti per raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi».

Il Sustainable Development Scenario  dell’’International Energy agency  traccia un percorso verso la realizzazione di obiettivi climatici a lungo termine de dice che «Le emissioni globali devono raggiungere il picco a breve e diminuire drasticamente fino al 2020». I dati del Global Energy & CO 2 Status Report”   dimostrano che «questo calo ora dovrà essere ancora maggiore dato l’aumento delle emissioni nel 2017. Per raggiungere gli obiettivi di questo scenario, la quota di fonti energetiche low-carbon dovrebbe aumentare di 1,1 punti percentuali ogni anno, oltre cinque volte la crescita registrati nel 2017. Nel settore energetico, in particolare, la generazione da fonti rinnovabili dovrebbe aumentare di circa 700 TWh all’anno in questo scenario, l’80% in più rispetto all’aumento di 380 TWh registrato nel 2017».
da greenreport.it  - 23 marzo 2018

mercoledì 7 giugno 2017

Nuova legge elettorale: appunti provvisori su quella di oggi... domani salta ?



di Massimo Marino

La legge elettorale che si profila sembra essere sorprendentemente bella, semplice, comprensibile da tutti, con pochi " trucchi" nascosti. ( Se verrà confermata, cosa tutta da vedere perché nel PD c’è la coda, a partire dal segretario, di quelli che si augurano che salti, addossando ad altri la colpa per rispolverare il mattarellum-rosatellum, nipotino del porcellum-italicum ).
Non comprendo, ne condivido quindi, molte critiche e perplessità di altri, comprese quelle, affrettate, di Beppe Grillo e di alcuni del M5Stelle che ho l’impressione stiano cadendo nelle ultime ore come salami nella trappola tesa..

La legge non sarebbe solo la sconfitta del PD renziano ma di un sistema di partiti trentennale che ci ha rubato la rappresentatività del nostro voto, che ci siamo ripresi per il momento con il referendum.. 

La soglia al 5% risulterà salutare ( forse non immediatamente) per favorire con il tempo anche una nuova forza autonoma davvero da PD e M5S azzerando i 10 partitini sinistri-ambientalisti-civici-personalisti che tormentano da almeno 15 anni la nostra coscienza. Una forza auspicabile che sarebbe utile al paese ( e forse anche alla salute del M5Stelle quando scoprirà che senza alleati, nella società prima e in Parlamento poi, non si governa un fico secco). Il 5% vuol dire in pratica circa 1,5-1,7 milioni di voti su 51 potenziali, che mi sembra sufficiente garanzia di rappresentare un ragionevole pluralismo.

Personalmente condivido il testo attuale anche sul voto non disgiunto e sulla assenza delle preferenze. Temi su cui vedo girare le più superficiali opinioni critiche in libertà invece di un utile approfondimento sulle conseguenze delle diverse scelte possibili. Opinioni critiche non solo nei partiti, che mi sembra ovvio, ma anche in alcuni esponenti di qualche comitato che non hanno chiaro cosa vogliono fare da grandi.

Per me le preferenze ( che non fanno  scegliere gli eletti ai cittadini, se non 1  fra i 3-4 candidati che i partiti gli presentano in quella circoscrizione) aprono il varco nell' Italia di oggi ( non in quella astratta di noi mammolette democratiche a tutti i costi) a tutti i gruppi di interesse leciti e illeciti, privati, clientelari, mafiosi, mossi a sostenere un eletto ( magari l'ultimo della lista) in cambio della sua fedeltà. Avviene normalmente  in molte elezioni locali o regionali che hanno le preferenze. Inoltre scatenano una competizione interpersonale ( santini etc..) normalmente vinta da chi ha più soldi da spendere ( propri o altrui) per auto pubblicizzarsi. ( Parliamo di 5-10 mila candidati in totale). Infine le preferenze coltivano quella nefasta cultura della personalizzazione della politica dove invece del programma e delle proposte di un partito prevale il marketing del singolo candidato ( il sorriso, le battute su twitter, magari il culo o le tette, ma più spesso il livello economico dei suoi sponsor ). E' vero, non possiamo scegliere esattamente il candidato che preferiamo ( anche a me piacerebbe), ma bilanciando il tutto io  preferisco di gran lunga che le preferenze non ci siano. Avremmo sicuramente un Parlamento più pulito. L'assenza di preferenze, almeno in questa fase storica del paese, è' un contributo a fare più pulita la politica. Ogni partito avrà la piena responsabilità di chi ha messo in lista.

Per la stessa ragione ne consegue l'inutilità del doppio voto  ( inteso in questo caso fra scheda-candidato  del partito  del collegio uninominale e scheda lista-candidati  nella circoscrizione).
Riproposizione del voto disgiunto, una delle tante diavolerie inventate dalle contorsioni dei partiti e partitini degli ultimi 10 anni per la quale io voto un partito ma poi do la preferenza ad un candidato di un altro ( avete mai riflettuto bene sulla logica demenziale che ci sta dietro, scelgo un partito-programma e poi scelgo un candidato-attuatore del programma di un altro partito-programma ?). 

In ogni caso entrambe le questioni, comunque si risolvano, non sono quelle fondamentali checchè ne dicano gli editorialisti di repubblica o del fattoquotidiano, o i furbetti che sperano solo che il tutto salti per tornare a maggioritario, coalizioni preelettorali, premi, mini soglie etc.. 

Però avere la più bella legge elettorale in Europa non farebbe male...

L'unica critica che condivido invece riguarda il numero eccessivo di firme richieste per presentare liste nuove oggi non esistenti. Considerato che c'è comunque la soglia al 5% , richiedendo certo che le firme  vengano raccolte nella gran parte delle circoscrizioni, queste andrebbero ridotte ad un decimo di quelle indicate per ogni circoscrizione.

Va sempre ricordato comunque che senza una modifica dei regolamenti delle Camere che innalzi ( al 5% ? ) i numeri necessari per costruire un gruppo nuovo, gran parte degli aspetti positivi di questa legge verranno a cadere in breve tempo. Pochissimi ne parlano.